Allora cambio ago

Autore : Salvatore Savia

Negli anni 1970 e 1971 io mi trovavo in Grecia su incarico della SIRTI, che stava costruendo la nuova rete di telecomunicazioni per collegare con centrali telefoniche moderne Atene ed altre città di dimensioni più piccole, tra cui Megara, Corinto, Kiato, Xilocastro, Eghion, Patrasso, Kato Achaia, Lechenà, attraversando l’Attica e il Peloponneso. Cito queste città nominandole secondo la pronunzia in greco moderno, per non costringere i lettori a fare uno sforzo ulteriore per interpretare i nomi in caratteri greci.
La linea costituiva una dorsale telefonica che consentiva di collegare Atene con i terminali dei cavi telefonici sottomarini per Igumenitsa e Corfù e per l’Italia e l’Europa.
All’epoca di questo racconto io ero molto giovane e laureato da poco ed ero responsabile dell’installazione e della messa a punto delle apparecchiature delle centrali telefoniche e della linea, a cui lavoravano circa 15 tecnici. Era il primo incarico all’estero, per me. Le apparecchiature erano fornite dalla Siemens AG di Monaco di Baviera. La loro spedizione dalla Germania e la consegna in Grecia venivano controllate da un ingegnere tedesco che parlava anche greco.
Andavo molto d’accordo con l’ingegnere tedesco, che consideravo ben preparato e molto desideroso di lavorare anche manualmente, tanto che spesso dopo le riunioni con i rappresentanti della società greca cliente (OTE), si armava di cacciavite e veniva con me in centrale a mettere a punto personalmente le apparecchiature.
Avevo però notato un fatto strano, che cercavo di minimizzare. L’ingegnere tedesco non era simpatico ai greci, che non gradivano la sua opinione anche in questioni tecniche in cui lui aveva palesemente ragione, mentre non nascondevano la loro simpatia per me.
Perché? Uno di loro me lo disse un giorno: perché era tedesco e loro non avevano dimenticato il comportamento molto diverso di italiani e tedeschi durante la seconda guerra mondiale.
In realtà in tutte le nazioni in cui ho lavorato con altri italiani c’era un’atmosfera molto cordiale, perché gli italiani portano dappertutto con sé due caratteristiche non molto diffuse: l’umanità e il buon senso.
Talvolta mi sentivo un po’ triste per la lontananza da casa, specialmente alla domenica, allora avevo preso questa abitudine: comperavo il Corriere della sera e andavo a leggerlo aprendolo palesemente sul tavolino di un caffè all’aperto dove ordinavo un “glikì vrastok” (un caffè greco zuccherato). Non passava molto tempo che mi si avvicinava qualcuno chiedendomi se ero italiano, per iniziare una conversazione.
Un bel giorno successe un fatto singolare, che mi confermò la simpatia di cui godevano gli italiani in Grecia. Nell’autunno del 1970 era scoppiato il colera in Grecia ed era iniziata una campagna di vaccinazione.
Io mi recai in un ospedale di Atene. Data la folla delle persone che volevano essere vaccinate e la clemenza del tempo, le vaccinazioni avevano luogo in cortile, dove una dottoressa seduta presso un tavolino vaccinava le persone in fila.
Quando fu il mio turno, ella mi guardò attentamente, poi disse in greco: “Sei italiano?” Io risposi: “Si”. A quel punto la dottoressa si alzò in piedi e disse in greco a voce alta davanti a tutti: “Allora cambio ago!”

Salvatore Savia

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